Rubriche Storia

Rosalia Sinibaldi patrona di Palermo

Per i palermitani il 14 luglio è la ricorrenza della “Santuzza” e quindi, prima della pandemia da Covid19, l’intera città si riversava sul Corso Vittorio Emanuele per il tradizionale Festino.

Era un continuo banchettare godendosi un momento di allegria e spensieratezza con i propri familiari e amici ed, infine, seguendo o aspettando il carro della Santa in processione a Porta Felice. Tantissima gente tra vie del Foro Italico attendevano la conclusione della giornata con la classica e nota “masculiata”, cioè lo spettacolo pirotecnico che si concludeva con il boato di plauso e gaudio dell’intera cittadinanza che, tra applausi e concitazione, non faceva mai mancare l’esclamazione: “Viva Palermo e Santa Rosalia!!!”.

Ripercorriamo in breve la storia di questa Santa amata tantissimo dai palermitani ma anche dalla comunità Tamil che la vede come una vera e propria divinità da venerare.

Rosalia Sinibaldi nacque a Palermo nel 1130, figlia di Sinibaldo Sinibaldi, signore di Monte delle Rose e Santo Stefano Quisquina, membro della famiglia dei Berardi, noti come Conti dei Marsi. La sua era una famiglia di nobilissima stirpe, diretta discendente di Carlo Magno, Rosalia era pronipote persino dei cardinali Berardo dei Marsi, Giovanni di Tuscolo, Leone Marsicano ed Oderisio di Montecassino.

Rosalia visse una gioventù estremamente felice ed agiata, ricevendo una educazione presso la corte di Ruggero II d’Altavilla e, rimanendo sempre tra la corte e la casa paterna nel quartiere Olivella di Palermo.

Nota per la sua bellezza, gentilezza ed educazione, Rosalia divenne la damigella d’onore della regina Sibilla di Borgogna nel 1149 e secondo la leggenda sembra che le apparse l’effige di Gesù mentre si specchiava: per questa ragione, rifiutò la proposta di matrimonio da parte di Baldovino III di Gerusalemme.

Baldovino aveva ottenuto il permesso di chiedere la mano di Rosalia dopo avere salvato la vita di Re Ruggero, aggredito da un animale selvaggio. Il re di Gerusalemme chiese, come ricompensa, di poter chiedere in sposa Rosalia ma questi preferì abbracciare la vita religiosa.

Inizia così il percorso religioso di Rosalia che accede all’ordine delle monache basiliane presso la Chiesa del Santissimo Salvatore, all’epoca monastero. Ben presto anche quel luogo le fu troppo stretto a causa delle continue visite dei genitori e del promesso sposo che cercavano di dissuaderla dal suo intento.

Dopo aver scritto e consegnato una lettera in greco con una croce di legno alle monache, Rosalia decise quindi di trovare rifugio presso una grotta situata nei possedimenti del padre, presso Santo Stefano Quisquina, dove visse per 12 anni.

Ritornò a Palermo ed andò ad abitare presso una grotta situata, inizialmente un luogo di culto pagano, poi dedicato alla madonna: quella grotta che oggi è il Santuario di Santa Rosalia è considerato un luogo sacro dai tempi della creazione di Palermo. 

Rosalia morì durante il sonno, il 4 settembre del 1170, all’età di quarant’anni.

Le origini del Festino di Santa Rosalia

Il 7 maggio del 1624, approdò nel porto di Palermo una nave proveniente da Tunisi il cui equipaggio erano infettato dalla peste. Il 24 giugno, la città fu dichiarata infetta dall’epidemia di peste.

Leggenda vuole che, a Girolama La Gattuta venne svelato in “sogno” il luogo dove si trovavano i resti mortali della Santa e una volta trovati il 15 luglio, vennero portati nella camera del cardinale Giannettino Doria, Arcivescovo di Palermo.

Si dice che la stessa La Gattuta sia guarita dopo aver bevuto l’acqua che gocciolava dalla roccia e che dopo i ritrovamenti del 15 luglio, bevendo l’acqua proveniente dalla grotta, avvennero parecchie guarigioni miracolose.

Il saponaro Vincenzo Bonelli (noto anche come il cacciatore), disperato per aver perso la giovane moglie a causa della peste, si vestì da cacciatore, per sfuggire ai controlli imposti per motivi di sanità pubblica, e con il cane e il fucile, salì sul Montepellegrino con l’intento di suicidarsi gettandosi giù dalla cima.

La leggenda narra che gli apparve Rosalia col volto splendente che riuscì a fermare il gesto suicida e conducendolo verso la grotta gli disse di confessarsi e di riferire all’Arcivescovo Doria di non dubitare più dell’autenticità delle ossa trovate. Se avesse portato in processione per la città i resti trovati, sarebbe finita la peste. Fu rivelato al cacciatore che sarebbe morto a breve dello stesso morbo (peste) della sua sposa; la Madonna le aveva promesso che la peste sarebbe cessata al passaggio delle sue ossa in città al momento del canto del “Te Deum Laudamus”.

Il Bonelli venne colpito dal contagio, come la Santa gli aveva predetto ed in punto di morte (18 febbraio 1625) raccontò tutto al suo confessore chiedendogli di informare subito l’Arcivescovo della visione.

In seguito, il cardinale Doria, colpito dalla confessione di Bonelli, riconvocò la commissione dei teologi e dei medici e questi certificarono che tra i reperti era presente un corpo “ingastato in densa pietra” ed una piccola testa, certamente di giovane donna.

Il 9 giugno del 1925 si svolse la processione delle ossa di Santa Rosalia con la partecipazione di numerosissima gente.

Al passaggio delle ossa, accompagnate dal canto del “Te Deum Laudamus”, gli ammalati guarirono dalla peste sotto gli occhi di tutti, il contagio si arrestò e gli scrivani del re annotarono nei registri comunali il nome, l’età, il luogo della guarigione ed ogni dato di tutte le persone guarite durante la processione.

Antoon Van Dyck, il pittore fiammingo che era arrivato a Palermo come affermato artista di corte nel 1624 su invito del viceré, certamente addolorato per la situazione in città, fu confortato dalla speranza nell’aiuto divino.

Il ritrovamento dei resti delle ossa fu per molti la luce in fondo al tunnel: i casi di contagio erano nettamente diminuiti dopo il passaggio dei resti di Santa Rosalia in processione.

Van Dyck decise di dipingerla gloriosa, sorretta da angeli, vicina alle sue ossa. Avendo visto con i propri occhi la sofferenza di una città e la morte attraversarla invisibilmente, fra classi agiate e povere, divenne infine devoto alla Santa.

di Vittorio Emanuele Miranda – EmmeReports

Vittorio Emanuele Miranda

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