Rubriche Storia

Nelson Mandela ed il Sudafrica

Nel 31° anniversario della liberazione dal carcere del leader antirazzista Nelson Mandela parlerò brevemente dell’Apartheid, della carcerazione e del decisivo ruolo alla guida del Sudafrica.

L’11 febbraio del 1990 è stata, senz’ombra di dubbio, una data capace di segnare a fondo la Storia contemporanea dato che, proprio dalla liberazione di Nelson Mandela, è partita la spinta per la definitiva eliminazione dell’Apartheid.

Nelson Rolihlahla Mandela nacque a Mvezo in Umtata il 18 luglio 1918. Il nome Rolihlahla letteralmente significa “colui che provoca guai”, il cognome appartiene all’etnia Xhosa, il gruppo etnico più diffuso in Sudafrica dopo gli Zulù.

All’età di 23 anni, nel 1940, Nelson scappò, insieme al cugino Justice, a Johannesburg, a seguito del rifiuto del matrimonio combinato con una ragazza scelta dal capo della tribù Thembu Dalindyebo.

Il padre Henry Mphakanyiswa Mandela, era un capo locale e consigliere del monarca, nominato alla carica nel 1915, dopo che il suo predecessore fu accusato di corruzione.

Nelson si laureò in legge alla University College of Fort Hare nel 1943 ed un anno prima, nel 1942 entrò a far parte dell’African National Congress (movimento che dal 1994 è al potere) e due anni dopo fondò Youth League, insieme a Walter Sisulu e Oliver Tambo. Sempre nel 1944 si sposò con Evelyn Mase, divorziando poi nel 1958.

Con la vittoria del Partito Nazionale alle elezioni del 1948, che delineò una politica favorevole all’apartheid, Mandela divenne a tutti gli effetti un rivoluzionario ed esponente di spicco nell’opposizione spinta dall’ANC. Ebbe inoltre un ruolo importante nell’assemblea popolare del 1955, la cui adozione della Carta della Libertà stabilì il fondamentale programma della causa anti-apartheid. Durante questo periodo Mandela e il suo compagno avvocato Oliver Tambo fondarono l’ufficio legale Mandela e Tambo fornendo assistenza gratuita, o a basso costo, a molti neri che sarebbero rimasti altrimenti senza una rappresentanza legale. 

Prima di scrivere dell’arresto e del periodo di detenzione di Mandela, durato 27 anni, esporrò brevemente in cosa consisteva l’apartheid.

I principali ideologi furono i primi ministri Daniel François Malan, in carica dal 1948 al 1954, Johannes Gerhardus Strijdom, in carica dal 1954 al 1958 e Hendrik Frensch Verwoerd, in carica dal 1958 fino al suo accoltellamento nel 1966 da parte di Dimitri Tsafendas, un uomo eletto al parlamento sudafricano di origini greco-mozambicane.

Hendrik Frensch Verwoerd fu considerato “l’architetto dell’apartheid” che la definiva come “una politica di buon vicinato”. Nel 1956 la politica di apartheid fu estesa a tutti i cittadini di colore, compresi gli asiatici.

Negli anni ’60, 3,5 milioni di uomini e donne di colore di etnia bantu furono sfrattati con la forza dalle loro case e deportati nei “bantustan” (territori designati per l’abitazione dei neri); furono privati di ogni diritto politico e civile, e l’istruzione venne impartita in scuole agricole o in commerciali speciali. I negozi erano obbligati a servire prima i clienti di etnia bianca e quelli di etnia nera dovevano possedere speciali passaporti interni per muoversi nelle zone riservate “ai bianchi”, pena l’arresto.

Nelson Mandela, insieme ad altre 150 persone, il 5 dicembre 1956 fu arrestato con l’accusa di tradimento; ne seguì un processo molto aggressivo, durato dal 1956 al 1961, e dal quale furono assolti. 

In seguito al massacro di Sharpeville nel 1960, Nelson Mandela, l’ANC ed altri movimenti anti-apartheid, approvarono la lotta armata.

Mandela fu arrestato nuovamente nel 1962 per aver organizzato manifestazioni di protesta e durante la sua prigionia, l’anno successivo, furono arrestati anche dei capi dell’ANC.

Noel Joffe, Arthur Chaskalson e George Bizos fecero parte della squadra di difesa che rappresentò gli accusati che, ad eccezione di Rusty Bernstein, furono ritenuti colpevoli e condannati all’ergastolo, il 12 giugno 1964, con l’accusa di aver organizzato azioni armate e per l’aver cospirato con altri Paesi, per l’invasione del Sudafrica. Nelson Mandela si dichiarò colpevole soltanto della prima accusa.

Mandela lesse molti testi, poemi, poesie liriche, libri in lingua afrikaner (olandese) e inglese, lingua che nel corso della detenzione imparò a perfezione conoscendo grammatica e parlato del gergo comune. Una poesia, in particolare, come dichiarato da lui stesso una volta Presidente, fu il suo principale stimolo per continuare a rimanere in vita: “Invictus” di William Ernest Henley, scritta nel 1875.

Mandela fu rilasciato su ordine dell’allora presidente Frederik Willem de Klerk che mise fine anche all’illegalità dell’ANC.

Nel 1993 Nelson Mandela e Hendrik Frensch Verwoerd ottennero il premio Nobel per la pace e l’anno successivo in un testa a testa alle elezioni presidenziali, Mandela divenne il presidente della Repubblica Sudafricana: il primo presidente sudafricano nero della Storia.

Mandela optò per una politica di riconciliazione e non di rappresaglia, meritandosi il rispetto a livello planetario, e istituì la Commissione per la Verità e la Riconciliazione (Truth and Reconciliation Commission, TRC).

La Commissione per la Verità e la Riconciliazione era un tribunale speciale che si occupava di riconoscere e condannare i crimini attuati durante l’apartheid, anche da parte dei rivoluzionari, in modo tale da accelerare il processo di riconciliazione.

Mandela non riuscì invece (ed è stato anche criticato dagli ambienti radicali dell’ANC) a combattere la sempre crescente minaccia dell’AIDS: le infezioni raddoppiarono passando dal 7,6% al 14,2%.

Fu criticata anche la sua scelta di impegnare le truppe sudafricane per opporsi al golpe del 1998 in Lesotho. L’anno successivo Mandela abbandonò la carica di capo dello Stato.

Terminata la sua vita politica, Mandela si distinse in campo umanitario ma il racconto della sua vita è giusto terminarlo qui, per vedere l’attuale Sudafrica nella lotta razziale. Morì a Johannesburg all’età di 95 anni, il 5 dicembre del 2013.

Il Sudafrica oggi.

Con la morte di Nelson Mandela, l’ANC pare proprio che abbia tradito gli insegnamenti di riconciliazione tanto che l’attuale Presidente, in carica dal 2017, Cyril Ramaphosa, ha dato il via ad una riforma storica di redistribuzione dei terreni agrari, espropriandoli ai Boeri (bianchi d’africa), dando il via ad una vera propria persecuzione etnica con pestaggi ed assassinii.

Dall’ANC si è staccata inoltre una formazione di estrema sinistra ancora più radicale il Black First Land First (BLF), fondato da Andile Mngxitama nel 2015, in seguito alla sua espulsione da un altro partito di estrema sinistra sudafricano: l’Economic Freedom Fighters (EFF), guidato da Julius Malema.

Già nel dicembre 2018, durante un raduno, Mngxitama dichiarava: “Uccideremo tutti i bianchi insieme ai loro figli, le loro donne, i loro cani, i loro gatti e tutto ciò che troveremo sulla nostra strada”.

La situazione politica in Sudafrica è tuttora sotto osservazione negli Stati Uniti e Donald Trump, in un tweet del 23 agosto 2018, così dichiarava: “Ho chiesto al segretario di Stato Mike Pompeo di verificare la confisca e l’espropriazione di terreni e di fattorie in Sudafrica e l’uccisione in larga scala di agricoltori”. Le parole di Trump fecero infuriare il governo sudafricano, che rispose – sempre via Twitter -spiegando di “rifiutare questa percezione ristretta che cerca soltanto di dividere la nostra nazione e ci ricorda il nostro passato coloniale”.

Il sostegno ai Boeri, giunse anche dal re dell’Etnia degli Zulù Goodwill Zwelithini che aveva affermato: “Se continuano a provocarci, finiranno in guerra”.

Tra i Boeri però, fieri e tenaci, vi è anche chi ha deciso agire. E’ il caso dell’imprenditore agricolo Adriaan Alettus Nieuwoudt che ha dato vita nel 2019, ad Eureka: il primo villaggio per soli bianchi sorto a breve distanza dalla città di Garies. Nella neonata comunità, munita di scuole, negozi e cliniche ben attrezzate, gli Afrikaner potranno, a detta di costui, “vivere e lavorare manifestando la propria identità e la loro lingua senza pericoli di ritorsioni”. L’imprenditore, proclamatosi promotore della lotta contro la “scomparsa della razza bianca dal Sudafrica” ha quindi annunciato ultimamente ai media locali la nascita di Eureka promettendo di regalare appezzamenti di mille metri quadrati a ogni bianco che deciderà di trasferirsi in tale realtà monoetnica.

In seguito alla fondazione di quest’ultima, Nieuwoudt ha dato vita a un movimento, chiamato appunto Eureka, mirante a raccogliere i finanziamenti necessari a costituire altre cittadine riservate ai discendenti dei boeri. Intervistato dai networks sudafricani Nieuwoudt ha rigettato le accuse di razzismo, avanzate a carico della sua iniziativa, da parte delle organizzazioni politiche rappresentative della maggioranza nera.

L’imprenditore agricolo, al contrario, ha affermato che sarebbero gli Afrikaner le uniche vittime di pratiche razziste nel Sudafrica contemporaneo, elencando numerose aggressioni avvenute negli ultimi mesi contro le proprietà e le abitazioni della minoranza bianca. La fondazione di realtà urbane per soli discendenti di europei sarebbe quindi, ad avviso di Nieuwoudt, l’unica soluzione possibile per scongiurare la “fuga in massa” dei boeri all’estero, ormai in procinto di essere cacciati, su impulso delle ritorsioni ordite dai neri, da una terra che è stata casa loro per secoli. Non solo, sembra addirittura che a rimpiangere l’apartheid non siano solo i bianchi, ma anche dalle minoranze colored e indiana.

Per concludere, non ci sono dubbi nel condannare tutte le forme di razzismo passate e presenti; mi domando però, perché in un Paese come l’Italia, dove l’accoglienza di rifugiati e perseguitati politici è una pratica assai diffusa e consolidata, non siano noti i fatti riportati e, soprattutto, perché non è stata mai presentata in Parlamento una proposta per accogliere i boeri del Sudafrica vittime di persecuzione etnica e politica.

di Vittorio Emanuele Miranda – EmmeReports

Vittorio Emanuele Miranda

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