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Social Media e terrorismo possono avere un collegamento tra loro?

Vincenzo Priolo, docente in Scienze Cognitive ed Etica della Comunicazione e membro della Società Italiana di Intelligence.

Il mondo di internet e in particolare i social media rappresentano sempre più un luogo in cui gli individui manifestano i propri stati d’animo, incluso il terrore di un pericolo come il terrorismo islamico.

Ma siamo sicuri che esiste un nesso? Che rapporto c’è tra i social media e il terrorismo online? E tra i social network e gli attacchi terroristici accaduti in tutta Europa?

Parliamone insieme a Vincenzo Priolo, docente in Scienze Cognitive ed Etica della Comunicazione presso l’Università Federciana di Cosenza e membro della Società Italiana di Intelligence (SOCINT).

I grossi colossi di Internet (Facebook, Google, Microsoft e Twitter) si sono alleati per contrastare la propaganda jihadista sui social media. Essa consiste in uno scambio di informazioni per combattere in modo più concreto l’annoso fenomeno della diffusione via web di uno stesso messaggio su più social allo stesso tempo. E’ un qualcosa di veramente complicato, visto che i social media sono il canale più utilizzato dalle organizzazioni di matrice jihadista.

E’ un delicato lavoro di filtraggio che allo stesso tempo monitora e rimuove i contenuti ritenuti pericolosi.
Dal 2016, Telegram è diventata la piattaforma principale dello Stato Islamico, oltre che dei suoi seguaci e sostenitori. Ma dato che l’anno scorso c’è stata una massiccia chiusura degli account Telegram, l’ISIS si è ulteriormente spostato su altre piattaforme criptate come Rocke Chat e up messanger.

I seguaci dello Stato Islamico sono quindi sparpagliati in diversi social media. Non credo che ci sia una specifica piattaforma dedicata solo ad un tipo preciso di contenuto: telegram ad esempio è utilizzato sia dal canale ufficiale dell’ISIS, sia dai suoi sostenitori. E lo stesso vale per messenger. E’ quindi in atto un uso massiccio ed esteso dei social media da parte dello Stato Islamico.

Credo anche che il numero dei sostenitori online sia aumentato da quando l’ISIS ha perso il controllo del territorio e ha abbandonato l’idea di costituire uno Stato: da allora infatti l’attività online è aumentata, questo per tenere vivo il brand ed espandere la sua visibilità.

Qual è la cosa migliore da fare? Sicuramente è quella di non mandare in onda messaggi di propaganda allo scopo di non dare voce. Un conto è invece studiarlo ed analizzare per dare una mano alle forze dell’ordine e perché no, prevenire ulteriori attacchi.

I recenti attacchi a Parigi, dove c’è stata la decapitazione di un insegnante, e poi a Nizza, e poi a Vienna, sono tutti attentati circondati e preceduti da un fitto chiacchiericcio online tra i sostenitori dello Stato Islamico. Queste discussioni vertono molto sulla recente controversia verbale partita dal governo francese e si discute di come rispondere.

Charlie Hebdo è usata da parte dei sostenitori come giustificazione per condurre più attacchi, io non credo che sia necessariamente un collegamento tra gli attacchi di Vienna e quello che è accaduto in Francia, ma penso che possiamo considerare gli attacchi recenti nel loro complesso, alla luce di un conflitto nel quale i sostenitori dell’ISIS e anche il più ampio giro della Comunità Salafita online sta impiegando la risposta francese come giustificazione per ulteriore attacchi, enfatizzando la guerra contro l’islam, come loro la definiscono.

Questa presunta guerra contro l’Islam viene impiegata in una versione dei fatti che enfatizza il vittimismo: ritenere che la Francia stia conducendo una guerra contro i cosiddetti “veri fedeli” li legittima ad attaccare. Tutto questo è molto problematico e sarà molto difficile uscire da questa spirale di violenza considerando anche le questioni politiche che circondano la questione.

L’attività sui social media era molto frenetica prima dei recenti attacchi e ha continuato a mantenere livelli frenetici.

La discussione verte molto su quello che è avvenuto in Francia e sul fatto che le caricature di Maometto siano state pubblicate ancora una volta.
Il califfato non esiste più, ma altre leve, anche più fluide, piccole cellule o semplici affiliati improvvisati esistono e non bisogna abbassare la guardia.

Il monitoraggio della rete può prevenire attacchi?

Controllare i social media e come gli estremisti li impiegano è molto complicato e questo vale anche ovviamente per lo Stato Islamico. La ragione è che prima di tutto, negli ultimi anni, l’ISIS si è estesa sui solcial attraverso molte piattaforme: queste piattaforme sono criptate, adottano delle misure di sicurezza che rendono difficile mantenere la sorveglianza su questi canali, sia per le forze dell’ordine, sia per le agenzie d’intelligence che analizzano le conversazioni online degli estremisti.

Oggi, queste conversazioni sono frammentate, tuttavia, le forze dell’ordine, in generale, di molte nazioni europee, mantengono una buona visione di insieme sulle discussioni online ma non credo che avere un panorama di quello che succede online significhi necessariamente prevenire un attentato perchè quando si pianifica un attacco di solito avviene in spazi di comunicazione con ulteriore livello di criptaggio. I fanatici non si mettono facilmente in una situazione che possa svelare i loro piani, quindi è davvero difficile prevedere con la sola sorveglianza online.

di Vanessa Miceli – EmmeReports

Redazione

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