A Lisbona “Anatomia del desiderio” dello scultore siciliano Giacomo Rizzo

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A Lisbona “Anatomia del desiderio” dello scultore siciliano Giacomo Rizzo

Prosegue il nostro viaggio portoghese per presentarvi le opere del professore Giacomo Rizzo, docente di Scultura e tecniche di fonderia all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Cinque sue creazioni sono esposte a Lisbona nella mostra ‘Na palma de uma rocha’ che è divisa fra il Teatro romano, allestimento descritto nell’articolo EmmeReports, e l’Istituto di Cultura Italiana che ha fortemente voluto questo evento. Per meglio comprendere il significato e l’importanza della mostra abbiamo intervistato la dottoressa Luisa Violo, Direttrice dell’Istituto nonché Addetta culturale dell’Ambasciata d’Italia in Portogallo. 

Dottoressa Violo, perché creare la mostra ‘Na palma de uma rocha’ in uno spazio della memoria, nel ventre archeologico della città? 

Tra le ricchezze storiche e antiche che si conservano nella città di Lisbona, il Museu de Lisboa – Teatro Romano è un gioiello dal fascino profondamente intimo e primitivo, tutt’oggi capace di emozionare tutti coloro che vi accedono. Grazie a connessioni antiche, stratificazioni di memoria e di civiltà conduce la terra lusitana, con la sua luce, i colori, gli approdi e la storia a un legame primigenio con l’Italia. Entrambe sono terre di civiltà, di viaggi, partenze e arrivi, di mari e porti, unite e allacciate fin dai tempi del mito. 

Cosa colpisce particolarmente in questo progetto?

Presentare l’artista Giacomo Rizzo è per noi un grande piacere perché fa della scultura un luogo di pensiero, raccontando con profonda sensibilità viaggi e legami tra le genti di questa terra e della sua città natale, Palermo. Possiamo dire con orgoglio di aver scelto questa prestigiosa sede nel cuore storico di Lisbona, dove lo scultore ha potuto condurci in un percorso ideale tra il Portogallo e la Sicilia, portando il visitatore ad una visione nuova, intessendo riflessioni sulla vicinanza da tempo immemorabile dei nostri popoli e delle nostre storie. 

Quale nuova chiave di lettura della storia avete voluto dare con le opere del professore Rizzo?

Giacomo Rizzo ha metaforicamente riunito due città tra loro particolarmente affini, quali sono Palermo e Lisbona. Con la sua installazione ne esplora la storia, il tessuto urbano e la geografia antropica per darci una visione trasversale della loro memoria, ricollegandone al presente le origini remote e comuni. Colgo inoltre l’occasione per ringraziare vivamente la direttrice del Museu de Lisboa – Teatro Romano: ha fatto proprio con vero entusiasmo il progetto, dando vita ad una nuova serie di relazioni culturali, capaci di unire orizzonti che sono solo apparentemente lontani. 

Adesso passiamo all’opera del professore Rizzo, guidati dalle parole dell’artista.

Ho realizzato l’installazione ambientale ‘Anatomia del desiderio’ all’interno della Cappella dell’Istituto Italiano di Cultura creandola per questo specifico luogo, è un’opera che vi presento grazie ad un video, breve ma intenso. Nasce dall’idea di trasporre nella materia le sensazioni dei miei viaggi, che sono viaggi dell’anima. Proprio qui a Lisbona, ho raccolto l’essenza dei luoghi a me cari che ho fatto miei strappandone le forme; questi strappi sono diventati pelle, lembi, sindoni che ho impacchettato, legandole come fagotti, per non dimenticare nulla. Sono memorie e realtà di viaggi, uniti da traiettorie fatte da corde di juta, simboli di latitudini e longitudini, tracce dei percorsi affrontati.

Per la prima volta li ho messi tutti assieme a formare una grande unica voce che vuole unire due mondi: la terra dove io abito, la mediterranea Sicilia, Palermo, e l’oceano di Lisbona; finalmente uniti. L’opera prorompe dal desiderio impulsivo di piegare una pelle, eroticamente intesa, un elemento della natura, l’organicità della materia, che sia roccia, vegetazione, che sia il tutto dell’universo. Poi viene un altro desiderio, quello di togliere materia alla materia stessa, renderla immateriale e lasciarla al suo destino, nucleo delle traiettorie che prendono infinite direzioni. Ogni filo di juta diventa una storia che non solo racconta, narra, ma diventa mitologia omerica, diventa Odissea, e ‘Anatomia del desiderio’ è la nuova Itaca, realizzata con lembi di Europa, di Spagna, d’Italia, con Lisbona e di là dall’oceano gli Stati Uniti e New York. 

‘Anatomia del desiderio’ ci aiuta a comprendere l’estetica e l’arte del professore Rizzo. L’uomo percepisce una forza universale, il tempo, la forza che sostiene e dà forma alla materia; questa, qualunque essa sia, diventa traccia e frutto del tempo sovraumano. La dimensione dell’uomo si esprime in un segno, un graffio, una danza ma non potrà mai, per gli oggettivi limiti temporali, forgiare l’universo. Per questo motivo il Maestro percorre il mondo alla ricerca delle epifanie del tempo e trovandole, le strappa. Non ruba la materia ma l’espressione delle forze creatrici sulla realtà amorfa, lo fa attraverso il calco e poi in questo getta materia nuova che nulla ha a che vedere con l’espressione di quella forma.

Questa idea platonica, incontrata nella geologia o nel secolare crescere di una pianta, rinnova nell’osservatore la percezione di qualcosa che va oltre l’umano e diventa uranico, mitico, primordiale, eterno. Il cammino del Maestro non è finalizzato, è un continuo peregrinare: i tubi policromi di Forma interiore, opera per One Voice – Change is in Unity presentata nell’articolo EmmeReports, o i fili tesi ed incrociati in ‘Anatomia del desiderio’ diventano i percorsi dell’uomo artista, alla ricerca di frammenti del tempo. Di una cosa, però, non si è ancora parlato perché, pur essendo simbolica, è così connaturata nella mente di Giacomo Rizzo da risultare spontanea: i nodi.

In ‘Anatomia del desiderio’ ogni percorso inizia e finisce con un nodo che lega e si oppone alla fugace banalità della vita umana: in terra e soprattutto in mare, in Sicilia e pure a Lisbona, il nodo si oppone da millenni al caos e all’irrazionale. In tempi lontani, prima che si inventassero gli incastri, legava il fasciame delle barche e si opponeva all’onda; legava il vomere e apriva la terra; legava la vela e catturava il vento.

Se la materia smaterializzata, cioè la forma, diventa l’impronta dell’incommensurabile, se il filo o il tubo sono il cammino della vita, il nodo e lo strappo esprimono la volontà di padroneggiare l’istinto. Il nodo e lo strappo di Giacomo Rizzo sono l’uomo che per un istante blocca l’eterno fluire del tempo. 

di Massimiliano Reggiani – EmmeReports 

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